Dalla terapia del digiuno alla moderna dieta chetogenica: perché un regime nato in ambito neurologico è diventato anche una delle strategie dimagranti più discusse degli ultimi anni.


Che cos’è la dieta chetogenica

La dieta chetogenica è un modello alimentare caratterizzato da una forte riduzione dei carboidrati, da una quota relativamente elevata di grassi e da un apporto proteico adeguato alle esigenze della persona.

Il suo obiettivo metabolico è quello di favorire uno stato di chetosi nutrizionale, nel quale l’organismo aumenta la produzione di corpi chetonici a partire dagli acidi grassi.

In condizioni abituali il glucosio rappresenta una delle principali fonti energetiche dell’organismo. Quando la disponibilità di carboidrati si riduce in modo marcato, il metabolismo si adatta: aumenta la mobilizzazione degli acidi grassi e il fegato produce acetoacetato, beta-idrossibutirrato e acetone, molecole che possono essere utilizzate come fonte energetica alternativa da diversi tessuti, compreso il cervello.

È importante però fare subito una distinzione.

Chetosi nutrizionale e chetoacidosi non sono la stessa cosa.

La prima è una risposta metabolica fisiologica che può essere ottenuta attraverso il digiuno o una dieta molto povera di carboidrati. La seconda è una condizione patologica, potenzialmente grave, che si osserva soprattutto in determinate situazioni di alterato metabolismo insulinico.

Ed è proprio questa capacità di riprodurre, attraverso l’alimentazione, alcune caratteristiche metaboliche del digiuno che ha dato origine alla storia terapeutica della dieta chetogenica.


Dalla fame alla terapia: le origini della dieta chetogenica

La storia della dieta chetogenica non nasce nelle palestre, nei programmi dimagranti o sui social network.

Nasce molto prima.

Nasce dall’osservazione di un fenomeno semplice: il digiuno modifica profondamente il metabolismo dell’organismo.

Già agli inizi del Novecento il digiuno terapeutico veniva utilizzato come trattamento dell’epilessia. Il medico americano Hugh Conklin sostenne l’uso del digiuno nei pazienti epilettici, osservando una riduzione delle crisi in alcuni di essi.

Il problema era evidente: il digiuno poteva essere efficace, ma non poteva rappresentare una soluzione alimentare sostenibile nel lungo periodo.

Da qui nacque l’idea di cercare un modo per riprodurre alcuni degli effetti metabolici del digiuno senza dover digiunare.

Nel 1921 Russell Wilder, presso la Mayo Clinic, formulò il modello dietetico che sarebbe diventato la moderna dieta chetogenica: un’alimentazione molto ricca di grassi e fortemente povera di carboidrati, capace di favorire la produzione di corpi chetonici.

La dieta chetogenica, quindi, non è nata come dieta dimagrante.

È nata come terapia.

Ed è una distinzione che vale la pena ricordare.


La storia di Charlie e la rinascita della terapia chetogenica

Per molti anni la terapia chetogenica rimase confinata a pochi centri specializzati.

Poi arrivò Charlie.

Nel 1993 Charlie Abrahams, un bambino di appena 20 mesi affetto da epilessia, arrivò al Johns Hopkins Children’s Center dopo che diversi trattamenti, compresi farmaci e interventi, non avevano ottenuto il risultato sperato.

La terapia chetogenica fu introdotta nel suo percorso terapeutico e, secondo la documentazione di Johns Hopkins, le crisi cessarono rapidamente. La sua storia contribuì alla successiva rinascita dell’interesse medico e scientifico verso la terapia chetogenica. Nel 1994 venne pubblicato The Epilepsy Diet Treatment, contribuendo alla diffusione delle conoscenze su questo approccio.

La storia di Charlie è importante non perché rappresenti la dimostrazione che una dieta possa “curare l’epilessia”, ma perché mostra come un’osservazione clinica possa riaprire una strada terapeutica che sembrava ormai appartenere al passato.


Dieta chetogenica ed epilessia: quando può essere utile

È soprattutto nell’epilessia che la dieta chetogenica conserva oggi il suo ruolo terapeutico più consolidato.

Non significa però che sia una “dieta per l’epilessia” da applicare indistintamente a chiunque presenti questa patologia.

Le terapie dietetiche chetogeniche vengono prese in considerazione soprattutto in specifiche sindromi epilettiche e nei casi di epilessia farmacoresistente, all’interno di percorsi specialistici.

Le linee guida NICE raccomandano di considerare la dieta chetogenica in alcune specifiche condizioni epilettiche, sotto la guida di un’équipe specialistica. Anche le raccomandazioni della Lega Italiana contro l’Epilessia sottolineano l’importanza della selezione del paziente, della personalizzazione, della prevenzione degli effetti indesiderati e del follow-up.

Le evidenze più recenti continuano a sostenere questa indicazione: una meta-review pubblicata nel 2025 ha rilevato benefici delle diverse terapie dietetiche chetogeniche nel ridurre la frequenza delle crisi, soprattutto nei casi farmacoresistenti.

Una revisione sistematica pubblicata nel 2026 ha inoltre stimato, nei bambini con epilessia farmacoresistente, una probabilità significativa di ottenere una riduzione delle crisi di almeno il 50%; negli adolescenti e negli adulti i dati sono anch’essi favorevoli, pur con una base di evidenze più limitata.

Quando una dieta entra nel territorio della terapia, smette di essere semplicemente una dieta.

Ed è proprio per questo che una terapia chetogenica per l’epilessia non può essere improvvisata a partire da una lista di alimenti trovata online.

Richiede valutazione, prescrizione, personalizzazione e monitoraggio.


Dieta chetogenica e altre patologie

Nel corso degli anni la dieta chetogenica è stata studiata anche in numerose altre condizioni: obesità, diabete, patologie metaboliche e alcune malattie neurologiche.

È però necessario distinguere una possibilità di ricerca da un’indicazione terapeutica consolidata.

Alzheimer, Parkinson e altre patologie neurodegenerative sono state oggetto di studi e ipotesi interessanti, ma le evidenze disponibili non consentono di considerare la dieta chetogenica come una terapia consolidata capace di arrestare o rallentare il decorso di queste malattie. Le ricerche proseguono e alcune prospettive sono certamente interessanti, ma non bisogna confondere un risultato promettente con una terapia validata.

Questo è un principio che dovremmo applicare a tutta la nutrizione:

La plausibilità biologica non è ancora prova di efficacia clinica.


Dieta chetogenica e diabete: attenzione a non confondere low-carb e chetogenica

È proprio parlando di diabete che emerge una delle confusioni più frequenti.

Low-carb non significa necessariamente dieta chetogenica.

Ridurre la quantità di carboidrati può rappresentare una strategia utile per alcune persone con diabete. Le Standards of Care in Diabetes 2026 dell’American Diabetes Association riconoscono infatti che una riduzione dei carboidrati può migliorare il controllo glicemico in alcuni adulti con diabete. Ma questo non significa che una dieta chetogenica sia automaticamente indicata.

Le stesse linee guida sottolineano inoltre che i risultati a lungo termine delle diete molto povere di carboidrati sono meno netti e che la sostenibilità, la qualità degli alimenti e la personalizzazione devono essere considerate attentamente.

C’è poi una precauzione particolarmente importante.

Nelle persone che assumono farmaci SGLT2-inibitori, l’ADA raccomanda di evitare il modello alimentare chetogenico a causa del rischio di chetoacidosi.

Quindi:

pochi carboidrati non significa automaticamente chetosi terapeutica.

E soprattutto, una strategia alimentare che può essere appropriata per una persona può essere inadatta per un’altra.


Dieta chetogenica e dimagrimento

Ed eccoci arrivati alla ragione per cui, negli ultimi anni, la dieta chetogenica è diventata così popolare.

Il dimagrimento.

La riduzione drastica dei carboidrati può determinare una rapida perdita di peso iniziale e, in determinati contesti, le diete chetogeniche possono favorire una significativa riduzione del peso corporeo e della massa grassa. Le revisioni più recenti confermano però che rimangono aperte diverse questioni relative alla composizione ottimale della dieta, all’aderenza e alla sostenibilità nel lungo periodo.

Ma qui vorrei fare una distinzione fondamentale.

La dieta chetogenica utilizzata per l’epilessia non è necessariamente la stessa dieta che viene proposta per dimagrire.

Esistono differenti terapie dietetiche chetogeniche e differenti protocolli. La parola “chetogenica” viene spesso utilizzata per indicare approcci molto diversi tra loro, generando una notevole confusione anche nel pubblico.

Per questo non è sufficiente dire:

“La dieta chetogenica fa dimagrire.”

La domanda corretta dovrebbe essere:

Per chi? Per quanto tempo? Con quale protocollo? Con quali alimenti? E con quali conseguenze sul piano metabolico e comportamentale?


Rischi, effetti indesiderati e necessità di monitoraggio

Una dieta capace di modificare profondamente il metabolismo non dovrebbe essere considerata una semplice variante della dieta quotidiana.

In particolare, le terapie chetogeniche possono richiedere attenzione per la possibile comparsa di disturbi gastrointestinali, alterazioni del profilo lipidico, carenze nutrizionali e altri effetti indesiderati; nelle terapie per l’epilessia sono previste valutazioni e controlli proprio per prevenire e gestire queste problematiche.

Anche il profilo lipidico merita attenzione.

La risposta non è necessariamente uguale in tutti: alcune persone possono osservare miglioramenti dei trigliceridi e dell’HDL, mentre in altre può aumentare il colesterolo LDL. Le evidenze disponibili non consentono di trasformare questo dato in una semplice equazione “chetogenica = rischio cardiovascolare”, ma rendono ragionevole il monitoraggio individuale dei parametri lipidici, soprattutto quando il modello alimentare è protratto nel tempo.

Questo significa che, quando una dieta viene utilizzata in modo terapeutico, non si dovrebbe guardare soltanto la bilancia.

Bisogna osservare la persona.

Peso, composizione corporea, pressione, glicemia, profilo lipidico, tollerabilità, apporto nutrizionale e, quando indicato, altri parametri clinici devono essere valutati nel loro insieme.


Quando la terapia diventa una moda

Ed è qui che torniamo al motivo per cui ho scritto questo articolo.

Una cosa è utilizzare una terapia dietetica complessa per una precisa indicazione clinica.

Un’altra cosa è trasformarla in una dieta universale per dimagrire.

Negli ultimi anni la dieta chetogenica è diventata protagonista di un enorme mercato fatto di libri, programmi online, prodotti “keto”, sostituti del pasto e integratori.

Il problema non è che esista un mercato.

Il problema nasce quando la complessità di una terapia viene trasformata in uno slogan:

“Elimina i carboidrati e dimagrisci.”

La nutrizione, però, non funziona attraverso slogan.

E soprattutto, una dieta non dovrebbe essere valutata esclusivamente dal risultato ottenuto sulla bilancia.


Il mio punto di vista del nutrizionista

È proprio qui che, a mio avviso, bisogna tornare al principio più semplice della dietetica:

valutare costi e benefici.

Una dieta può essere efficace.

Può perfino essere molto efficace.

Ma questo non significa automaticamente che sia la dieta migliore per quella persona.

Bisogna chiedersi se è compatibile con le sue condizioni cliniche, con i suoi farmaci, con le sue abitudini, con la sua vita sociale e soprattutto con la sua capacità di mantenerla nel tempo.

Una dieta estremamente selettiva può diventare difficile da sostenere. Può ridurre la varietà alimentare, complicare la vita sociale e generare frustrazione. E quando il regime viene abbandonato senza che siano cambiate realmente le abitudini che avevano determinato il problema, il peso può tornare.

E allora il problema non era soltanto quanto peso si era perso.

Era che cosa si era imparato nel frattempo.

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Dott. Domenico Porzio – Biologo Nutrizionista